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Intervista su ON REPEAT - Radio Press (CAGLIARI) del 28 Luglio 2008
Intervista su ALTERNITALIA - Radio Città Aperta (ROMA) del 13 Aprile
2008
Intervista su MAPS - Radio Città del Capo (BOLOGNA) del 7 Aprile
2008
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- L'Alligatore intervista il nuovo rock italico per smemoranda.it
03/01/2006
Ci vuole coraggio a presentarsi con un nome così lungo, coraggio e una buona dose d’intelligenza, quella dei Three in One Gentleman Suit, ennesimo parto felice dell’Emilia rock, vera e propria ossatura di tutta la migliore musica di casa nostra.
Si, vengono fuori dalle nebbie allucinanti del modenese e del ferrarese Federico Alberghini (batteria), Giorgio Borgatti (chitarra) e Paolo Polacchini (basso e voce) e ci presentano la loro seconda prova, dopo l’entusiasmante esordio di “Battlefields In An Autumn Scenario” targato Fooltribe Records. Questa volta, per il loro tiratissimo Some New Strategies, si affidano alla Black Candy Records, che non finirò mai di lodare (mi pagano troppo bene), con distribuzione (manco a dirlo) Audioglobe.
Un disco con un impatto molto forte, che a tratti stordisce e rende strani, ti fa dubitare della loro provenienza (ma sono veramente italiani?) e alla fine lascia nelle orecchie un buon gusto di indie-rock sapientemente miscelato con dell’ottimo vecchio blues e schegge di jazz.
Ma bando alle ciance e la parola ai TiOGS che hanno accettato, molto gentilmente, la solita intervista alligatoriana tramite e-mail. La parola a Paolo, che ha risposto alle domande con gli altri due della band alle spalle a vagliare il tutto.
Carmen Consoli ha detto: “Io non credo di fare rock, se lo si intende in un senso troppo comune, con la massa del volume e la distorsione a tutti i costi delle chitarre. Se invece per rock si intende tutto ciò che è destabilizzante, allora si, io suono rock” Che ne dite? Voi, TiOGS, fate rock?
Abbiamo una formazione che parla chiaro no?… basso chitarra batteria (altrimenti detto “power trio”, chissà perché…). Nell’affermazione della cantantessa non credo ci sia un giudizio di demerito verso le forme più “loud” del rock, piuttosto una sorta di rifiuto delle forme più “reazionarie”. Trovo che possiamo definirci “loud” ma allo stesso tempo in costante tensione creativa e viviamo in un generale disequilibrio musicale; questo penso sia “destabilizzante”. Ritengo che il rock abbia un senso, come forma di pensare, vivere e fare arte, fino a quando il desiderio di mutamento sia il minimo comune denominatore della creazione.
Quando parlano di voi, ottanta volte su cento tirano fuori i Karate, per la vostra ben calibrata miscela di alternative rock, esplosivo blues e momenti jazz. Vi sembra un nome azzeccato oppure sentite di avere nel vostro dna altre cose? Anche italiane…
…peccherò un po’ di superbia se dico che ho l’impressione che i TiOGS siano un miscuglio indefinibile di tantissime attitudini e linguaggi? Sentiamo molto parlare di Karate, e (per carità) siamo lietissimi di venire accostati a cotanta capacità creativa e maestria, ma spesso dispiace vedere che ogni analisi di questo tipo si ferma in superficie… ogni buon “musicista” (parola un po’ grossa…) è prima di tutto ciò che ascolta. Da questo punto di vista potrei fare un elenco di nomi che non finisce più, ma ti salvo da questa vessazione. Dirò solo che il gruppo che, ormai quasi dieci anni fa, ci ha spinti ad interessarci ad un certo tipo di sound sono gli italianissimi Three Second Kiss, quanto mai vicini, quanto mai legati alle esperienze della Chicago di Shellac e June of 44; penso che anche questo faccia parte della nostra musica, come, in parti e forme diverse, i legami che abbiamo con tutte le altre bands con cui abbiamo avuto a che fare.
Ad alcuni mesi dall’uscita di “Some New Strategies”, siete soddisfatti di come è stato accolto dalla stampa specializzata? È stato compreso e apprezzato come vi aspettavate? E con il pubblico, com’è il vostro rapporto? Vedo su vostro sito le molte date in giro per l’Italia. Siete pronti per varcare i confini?
Direi proprio di sì. Abbiamo ricevuto commenti positivi dai “terribili” recensori di web-zines e carta stampata, alcuni non pienamente positivi, ma critici in maniera molto posata e costruttiva, il che aiuta molto a vedere ciò che dall’interno non possiamo vedere. Anche il pubblico sembra apprezzare e, per un certo verso, mi sembra la cosa più importante… si suona con tutt’altro spirito quando hai gli occhi e le orecchie puntati addosso dalla prima all’ultima nota.
Date ne stiamo facendo un buon numero, siamo contenti anche di questo; stiamo lavorando per l’estero, se tutto va come deve andare, in primavera faremo un balzo al di là delle alpi. Poi, anche se è un po’ prematuro parlarne, preannuncio che Black Candy si è allacciata da pochi giorni ad una distribuzione giapponese (la Disk Union) e questo potenzialmente potrebbe darci la possibilità di piantare le nostre bandierine in estremo oriente. Forse sono solo castelli in aria: il Giappone non è proprio a portata di mano; il bello a questo punto è che non si può mai sapere...
Alcuni critici, nel vostro esordio del 2002, avevano scorto, forse equivocando, certi accenni politici, accenni poi smentiti direttamente da voi (non per prenderne le distanze, ma per chiarire). Noto anche in altre giovani buone band un minor interesse per testi esplicitamente politici (e non è detto che sia un male). Non vi pare però, che ci sia l’esigenza di gridare contro il cielo un po’ di più? Stupide guerre fatte come bere un bicchier d’acqua, la tortura come una normale pratica impiegatizia stile Auschwitz, sconvolgimenti naturali dovuti esplicitamente a scelte sbagliate del sistema dominante…
Nei nostri testi non c’è una valenza politica, sappiamo che esplicitare un valore politico nella propria musica non è cosa di poco conto: ti inquadra, ti definisce, in un certo senso ti rende prevedibile se non ne sai controllare la portata. Ma sono convinto che la nostra musica come quella di tutte le altre bands abbia una grande valenza sociale. Una valenza sociale che sta nello stoico tentativo di comunicare realmente stati d’animo, emozioni, idee… Ho sentito Ian MacKaye dire davanti a 150 persone accorse per il concerto di The Evens che “un concerto - fatto di una persona che suona, canta, racconta e di un pubblico che è lì per ascoltare e per arricchire il proprio tempo – è un miracolo”. Che è un miracolo in modo particolare oggi, mentre l’era della comunicazione sta diventando l’era di una chiassosa mancanza di idee (e forse anche di ideali), della manipolazione delle verità, del continuo inganno a danno della gente comune e delle speranze condivise. Penso che sia questo anche il nostro modo di essere “politici”: non lasciare che tutto finisca in un nihilismo becero fatto di divertimento a cervello spento… nessuno comunica più veramente. Un concerto è un momento d’incontro, e come tale, su ampia scala è il nemico n.1 del sistema dominante; da questo punto di vista siamo da ritenere assolutamente sovversivi (non siamo gli unici comunque, grazie al cielo).
Su la testa! 1994-2004, dieci anni di rock italiano recita il bel titolo di un interessante libro curato da John Vignola per Arcana, con alla base la tesi che in questo decennio la musica indipendente italica sia cresciuta. Una crescita qualitativa e quantitativa, che ha visto l’underground raggiungere o insidiare la media e grande discografia. Come la pensate voi in proposito? La testa è stata tirata su e ci rimarrà ancora?
Non ho letto il libro di Vignola e quindi non so cosa dica precisamente. La nostra esperienza è stata quella di osservatori (solo da pochi anni stiamo dalla parte del palco, solitamente stavamo tra il pubblico) e ti posso dire che l’ottimismo che si respirava fino ad un paio di anni fa non si percepisce più un granché… qualitativamente e quantitativamente non c’è nulla da dire, stanno uscendo dischi molto belli di bands di grande qualità, ma rimaniamo una periferia musicale: tuttora i gruppi italiani faticano ad uscire dal Belpaese, e spesso in Italia si va avanti a fatica, in molti casi con date non proprio soddisfacenti, magari in locali non proprio accoglienti per un live set, a volte senza un minimo di promozione, sempre adagiati sul filo della sussistenza per non rischiare troppi soldi (che tra l’altro scarseggiano)… poi ci si mette anche una legislazione sostanzialmente disattenta alla musica ed interessata solo ai “gabelli” (enpals e siae).
Mi vengono in mente due gruppi stranieri con i quali abbiamo avuto la fortuna di condividere alcuni palchi: i Feverdream, nella figura del loro cantante, ricevono un appannaggio mensile dall’amministrazione olandese per il semplice fatto che sono depositari di titoli musicali; i Valina viaggiano su un furgone splendido che la municipalità di Linz gli affitta a prezzi ribassati perché i comuni austriaci attuano questa politica di promozione del “prodotto made in Austria” ogni volta che una band porta nel resto dell’Europa i propri spettacoli. In Italia invece i locali spendono più per le trafile burocratiche (mai chiare e mai univoche in ogni parte d’Italia) che per i cachet dei gruppi; è difficile crescere le rose irrigando con il diserbante, questo fa capire molte cose.
Sia bene inteso: abbiamo tanti ottimi gruppi in Italia, alcuni a nostra insaputa ce li invidiano pure all’estero. La testa è stata alzata, ci rimarrà ancora (spero) finché avremo voglia di guardare oltre il nostro naso, ma siamo sicuri che sotto i piedi non ci siano le sabbie mobili?
Lou Reed, intervistato da Paul Zollo per il libro Songwriters (minimum fax, 2005), dice una cosa curiosa sul fatto di scrivere canzoni. Lui si sente “un segretario che redige un verbale o qualcosa del genere.” Come ci fosse una voce interiore che lo ispira e gli detta le parole e la musica. Un modo molto libero, vicino agli scrittori beat. È così anche per voi? Oppure quando scrivete avete delle regole più rigide?
…oddio, messi vicino a Lou Reed fa un po’ impressione… mah, non abbiamo delle regole a dire il vero. I pezzi sono evoluzioni di idee, che possono venire da uno o dall’altro; è una operazione “a mettere” che vive di grandi contrasti tra batterie martellanti e un basso scarno, una chitarra ampia e un ritmo asciutto, una voce ondeggiante e delle melodie di base. Basti pensare che i brani di “Some New Strategies” sono nati in maniera discontinua tra la fine del 2003 e tutto il 2004, mentre eravamo impegnati con i concerti. Penso che, in fondo, non avere una regola ben definita per la composizione ci ha aiutati molto ad ottenere un lavoro che, a conti fatti, si mostra nella sua varietà.
Cosa ne pensate della musica ai tempi di Internet? È una risorsa in più o una fregatura per chi fa musica? L’uso della rete e delle nuove tecnologie da parte di Elio e le Storie Tese è un esempio positivo?
Non so di preciso come Elio usi la rete, sicuramente in maniera assai “creativa”. Penso che la rete sia una fregatura per quelli che pensano solo a fare musica per il commercio. La musica è arte, quindi cultura: se tu, sedicente artista, la usi come tramite commerciale, non crei cultura ma crei un bene di consumo e come tale l’acquirente penserà sempre di trovare un modo per risparmiare… poi capita che l’acquirente faccia fesso il venditore e il cerchio si chiude. Per bands come noi, che fanno musica e gravitano in un ambiente dove è la passione che sta alla base di tutto e tutti (chi suona, chi ascolta, chi mixa, chi scrive…) l’album è concepito come lavoro creativo, come momento importante per la band e per l’ascoltatore. Ciò non impedisce che possa venire scaricato e non acquistato; detto questo, di tutti i gruppi che apprezzo veramente, io ho gli album in copia originale. Si, per noi Internet può essere una bella vetrinetta, magari un posto dove fare ascoltare qualcosa di nostro, un modo per rimanere in contatto con chi ci ha sentiti almeno una volta e ci ha apprezzati. Non è poco.
Mio nipote sedicenne sta mettendo in piedi una band con alcuni amici. Lui suona il basso, poi c’è la chitarra, la batteria e una voce di donna. Che consigli dareste loro e a tutti quelli che sognano un futuro come i TiOGS? Ad esempio, da dove cavolo viene il vostro nome?
Prima di tutto di non sognare un futuro come i TiOGS! Sognare non costa niente… almeno sparate alto e mirate ai Beatles! …scherzi a parte… ci vuole passione, passione, passione perché i risultati (qualsiasi essi siano) faticano a venire e arrivano con il contagocce; e poi bisogna ascoltare tantissimo, mangiare musica di tutti i tipi e in tutte le salse, a colazione, pranzo e cena. Ho come la vaga impressione che tante persone che suonano abbiano solo voglia di esibirsi e non siano in grado di ascoltare, mi sembra una situazione paradossale.
Per quel che riguarda il nome… è uscito dalle nostre menti bacate per tentare di descrivere quelle che per noi sono ancora le nostre più grandi risorse:
1) noi tre;
2) la piccola ambizione di poter creare un linguaggio chiaro, che si presentasse all’ascoltatore in tutta la sua solidità e serietà… l’abito da sera;
3) il disequilibrio dato dall’avere una forma e non esserne contenuti, essere sempre in una situazione creativa fatta di contrasti, rotture, strappi… tre persone in un abito solo.
THREE IN ONE GENTLEMAN SUIT
Pulsioni a doppia dimensione
di Marco Delsoldato per kronic.it
Uno dei migliori dischi italiani del 2005 è griffato Three In One Gentleman Suit. Menefreghista della tendenza attuale affine al revival, il trio ha ampliato le vedute del precedente “Battlefields in an autumn scenario” pur restando fedelmente legato ad un suono grezzo e quadrato, intenso ed urticante, attraverso una sorta di magma sonoro debitore tanto alla scena di Louisville quanto alle migliori proposte del Geoff Farina targato Karate. Necessaria, allora, un’intervista atta ad indagare fra le pieghe di una band (e di un album) che sarebbe tremendamente peccaminoso sottovalutare
Sono passati due anni da “Battlefields in an autumn scenario”. Cosa è successo ai TIOGS in questo periodo?
La maggior parte del tempo l’abbiamo speso per suonare dal vivo il più possibile: abbiamo fatto più o meno una sessantina di date legate a “Battlefields…”; vuol dire che fino all’estate del 2004 siamo rimasti a zonzo per l’Italia. Nella seconda parte del 2004 abbiamo più che altro lavorato ai brani di “Some New Strategies”. Due anni sono tanti, è vero, ma ti assicuro che non ci sono stati molti momenti di stasi: o concerti, o sala prove intensiva… Ecco come ce la siamo passata dall’uscita del nostro primo album.
Fra le novità il cambio di etichetta: da Fooltribe a Black Candy. Perchè questa scelta?
Non è stata una decisione facile, visto che siamo tuttora molto legati a Fooltribe, tuttavia ci sono stati molteplici motivi che ci hanno spinto verso Black Candy. Primo fra tutti l’entusiasmo che Leonardo e Giuseppe hanno dimostrato di avere nei confronti della nostra musica ed anche la loro capacità di trovare modi sempre più efficaci per divulgare la musica che producono. Ci è sembrata da subito una etichetta assai laboriosa, con idee molto chiare riguardo alla promozione dei dischi. Si erano dati molto da fare con i Pecksniff e pensiamo possano fare altrettanto con il nostro nuovo lavoro. Fooltribe è una etichetta stoica, una fucina di bands veramente incredibili, Tiziano (Tiziano Sgarbi, ndi) è uno che va dritto per la sua strada, sa quello che vuole e quello che fa. Abbiamo imparato e continuiamo ad imparare tante cose da lui: abbiamo imparato a dare il giusto peso alla nostra musica e a proporla con determinazione, ed è stata proprio questa consapevolezza che ci ha portati ad accettare le proposte di Black Candy.
L’avrete sentito (e letto) mille volte: suoni matematici, retrogusto un po’ alla June Of 44 ed un po’ alla Karate, affinità più o meno reali con il post rock d’area Louisville…Come recepite e quanto ritenete reali questi accostamenti?
Occorre un modo per descrivere la nostra musica a chi non l’ha mai sentita… e sinceramente, quelli che hai citato tu, sono alcuni tra gli ascolti che più ci hanno affascinato e coinvolto. Ma i nostri ascolti sono tantissimi, è ovvio che non tutti ti marchiano allo stesso modo. Questi accostamenti verranno sempre fatti, non solo per noi, ma per tutte le altre bands. Specialmente quelle italiane, che gravitano in una “periferia” del rock e che sono per lo più spettatori dell’evoluzione musicale nelle varie “scene” sparse qua e la per il mondo. E’ inevitabile che la musica che si compone trasudi elementi legati agli ascolti; penso sia indispensabile ascoltare per comporre, ed allo stesso tempo quanto più si ascolta tanto più si acquisisce la capacità di comporre e tanto più gli elementi in gioco si complicano, si mescolano e si modificano, fino ad arrivare ad un risultato fortemente personale e nonostante tutto chiaramente identificabile… non è questa la parte divertente del gioco? O meglio, non è questo il gioco?
Ma i vostri reali modelli musicali…?
Mah… ce ne sono tantissimi… amo le carriere lunghe e variegate, come quella dei Radiohead o dei Motorpsycho che hanno saputo stravolgere il loro linguaggio in diverse fasi della loro produzione… ma anche quella rocciosa e solida dei Fugazi… stravedo per la fermezza di una artista completa e stacanovista come Ani Difranco… o per la enorme versatilità degli Zu… non finirei più di elencare nomi ed attitudini che mi affascinano. Mi fanno impazzire gli ultimi due lavori simultanei di Bright Eyes, l’ultimo album (come i precedenti) di Redneck Manifesto, l’ultimo splendido disco dei The National, e tutti, per quanto distanti musicalmente, costituiscono un modello…
Un approccio grezzo, ma senza dimenticare forme melodiche sempre più chiare. Come valutate questa ambivalenza nella vostra musica?
Il contrasto genera sempre effetti interessanti. In fondo è sul contrasto e sul disequilibrio che si basa la nostra musica. Ci piace seguire un linguaggio articolato, ma rifuggiamo dal complicare ed estremizzare i nostri discorsi; ci piace puntare alla sintesi, ma non vogliamo arrivare al senso di vuoto. Questo continuo sballottarci da una pulsione all’altra mette in piedi, pezzo per pezzo, il nostro sound.
In “Some new strategies” risaltano con superba indipendenza le sfaccettature dei suoni. Come si è sviluppato l’iter compositivo?
Direi che un vero e proprio iter compositivo “Some New Strategies” non l’ha avuto . Mi viene da pensare che probabilmente abbiamo avuto più metodo nel mettere assieme “Battlefields…”. Questo ultimo lavoro ha visto la luce lentamente durante il periodo in cui facevamo concerti, perciò ha avuto una gestazione lunga e discontinua, con molte battute di arresto, fino al momento in cui, a fine 2004, ci siamo chiusi in sala prove per finire quello che era nato in maniera così disordinata… ed in realtà abbiamo continuato a comporre, anche quando si è andati a fissare tutto nel pre-recording… ed anche in studio con Lorenzo.
La produzione, appunto. L’avete affidata a Lorenzo Monti. Quanto ha aggiunto e come sono cambiati i brani in fase di registrazione rispetto ai nuclei originari?
Lorenzo ha fatto un ottimo lavoro, che è cominciato con tutta una serie di ragionamenti sul pre-recording fatto alla Bombanella con Davide Cristiani. La struttura dei pezzi non è stata stravolta, ma, andando ben oltre il semplice ruolo di fonico, Lorenzo ci ha aiutati a dare enfasi, espressività ed efficacia ai brani per poter registrare in maniera più incisiva. E’ stata una “direzione” molto discreta, ma fondamentale per l’esecuzione dei pezzi. Poi va detto che qualche pezzo è nato ed è stato finito al Bips, quindi sotto l’occhio vigile del “direttore”.
A differenza dell’esordio ho trovato una maggiore urgenza comunicativa. In breve: le canzoni sono sempre quadrate, ma sembrano voler andare oltre la loro forma…Siete d’accordo?
E’ un po’ il risultato di quel continuo contrasto di cui abbiamo già detto… mi piace l’idea che una canzone si propenda oltre la sua stessa forma, trovo che sia un segno di evoluzione… significa che la nostra scrittura viene forzata, perché contiene qualcosa che non riusciamo propriamente a controllare, che ci sfugge ed in realtà è questo sbilanciamento che porta a cambiare in continuazione.
Siamo in un periodo in cui la tendenza musicale non è propriamente affine al vostro genere (prendete il termine genere nel senso più largo possibile). E’ un’opinione personale, ma se il vostro album fosse uscito qualche anno fa chi oggi esalta certi gruppi porterebbe ad esempio voi…Non è snervante dover sentire giudizi come “bello, ma già sentito” e frasi simili?
Sinceramente non ci spaventa molto. Le mode esistono, ma non ne siamo particolarmente attratti, e se lo fossimo cosa dovremmo fare? Correre dietro ad ogni ventata e ad ogni nuova “copertina da magazine” per variare in continuazione un linguaggio che non abbiamo ancora costruito? Mi pare una cosa un po’ scema, specie in questo periodo,quando per “moda” si intende “revival”. Noi stiamo tentando di costruire un nostro linguaggio, che ha le sue basi nelle nostre personali storie di ascolti e affetti, e lo facciamo sinceramente… Senza la pretesa di inventare nulla, ma con il solo intento di comunicare. Tutte le bands sgorgano da qualcosa e “nessuno nasce imparato”. Se tutto quello che a noi sembra una novità assoluta lo fosse davvero, allora la storia della musica sarebbe un mosaico di tasselli sparsi, sconclusionati e posati sul nulla… e sai meglio di me che non è così. E questo, a nostro avviso, è un discorso valido a tutti i livelli: dall’indie alla classica, da Coltrane a Max Pezzali (Dio mi perdoni per questo accostamento… ma volevo proprio indicare il massimo ed il minimo…)
Come avete accennato negli ultimi due anni avete suonato molto dal vivo. Per chi non avesse mai assistito ad un vostro live come lo descrivereste?
Eh.. non è facile… noi solitamente stiamo sul palco… non so com’è dall’altra parte. Tutto quello che posso dire è che ci mettiamo l’anima: il concerto è il momento più importante per una band. Si possono fare bei dischi, ma se non si è efficaci dal vivo è un disastro… Sul palco tentiamo sempre di essere diretti, schietti, incisivi, solitamente siamo un po’ più “punk” di quello che si può sentire sul disco.
Vi sentite più a vostro agio sul palco o in studio?
Se parliamo di categorie assolute, allora, dico sul palco… è quello il posto di chi suona: in mezzo alla gente. Incontrare, conoscere, vedere altre persone è il primo motivo che fa imbracciare uno strumento. Questo non vuol dire che in studio ci sentiamo in carcere… anzi. Ci siamo divertiti e stancati moltissimo al Bips: una situazione come quella che abbiamo trovato, durante la lavorazione di “Some New Strategies”, è stata, sia tecnicamente che umanamente, una esperienza molto intensa ed appagante.
Tanti concerti, tante conoscenze…Come vedete l’attuale scena indipendente italiana?
La scena italiana mi sembra abbastanza dinamica anche se il periodo (contrariamente a quello che andavo dicendo fino a poco tempo fa) non è certamente florido: mi sembra che ogni cosa sia rimasta all’interno di un “giro chiuso” e la dilagante vacuità fa sì che i concerti diventino un punto di incontro per pochi appassionati cronici e patologici (…anche tu, come me, sei uno di quelli); ed è assurdo perché ultimamente sono usciti dischi molto belli di bands notevoli. Mi vengono in mente Red Worms’Farm o Settlefish, gli stessi Milaus, che hanno appena dato alla luce un lavoro a mio avviso bellissimo. A parte i soliti Zu, ci sono bands che dal vivo fanno “terra bruciata” come The Death of Anna Karina o G.I.Joe… non capisco cosa possa portare la gente a disertare i concerti di gruppi di questo calibro.
A settembre avete organizzato una due giorni sonora in favore di Amnesty International. Cosa vi ha lasciato quell’esperienza e come vi siete sentiti nella parte degli organizzatori?
”Bye Bye Baywatch” (così si chiamava il festival) era già stato tentato l’anno scorso… ma ci era andata male. Quest’anno invece ci siamo riusciti ed abbiamo avuto la soddisfazione di ospitare gruppi veramente fighi. Nonostante lo sbattimento immane devo ammettere che ci siamo proprio divertiti e che è venuto fuori un festival piccolino ma molto caldo. In più sappiamo di aver dato un aiuto importante alla sezione Amnesty International di Cento… e questo è ancora più importante. E’ stato bello vedere che abbiamo creato interesse anche verso persone che solitamente non frequentano concerti e non hanno una cultura musicale in questo senso. Speriamo di poter mettere in piedi edizioni successive, di migliorare e raccogliere sempre più pubblico.
Il futuro prossimo dei TIOGS?
Ci auguriamo di suonare molto e di portare in giro “Some New Strategies” il più possibile. Ci piacerebbe riuscire a varcare anche i confini nazionali, cominciare a suonare anche in Europa; a questo lavoreremo assieme a Gianluca di DeStijl-concerti che si sta dando da fare per il nostro booking. Abbiamo cominciato da pochissimo con la produzione di nuove cose, speriamo di poter entrare ancora in studio entro la fine del 2006.
Il mondo sommerso dell'indie italiano continua a snocciolare preziosi gioielli di talento e coerenza. Ecco un faccia a faccia tra due eccezionali bands di casa nostra: Three In One Gentleman Suit e Milaus, entrambi in procinto di sfornare i loro nuovi lavori.
(P.Andreoni)
MILAUS: avete praticato Karate da piccoli?
THREE: …(risate)… non siamo quelli che si potrebbero definire come tipi sportivi… anzi siamo tendenzialmente oziosi e conduciamo vite non troppo salubri: quindi abbiamo poco a che fare con le discipline filosofico-sportive come il Karate.
Per quello che riguarda la band di Geoff Farina invece ammettiamo che rappresenta uno dei nostri ascolti più gettonati: per la bella commistione di post-rock, emo, blues e jazz che ha creato attraverso i pezzi e per la grande capacità espressiva ed esecutiva che caratterizza gli shows dal vivo. Molti vedono una grande vicinanza tra la nostra e la loro musica… personalmente non può che farci piacere, vista la caratura della band di Boston, anche se siamo convinti che i nostri pezzi gravitino attorno ad altri punti chiave come la ricerca di un sound nervoso e di una poetica che associ riflessione ed istinto.
In “some new strategies” troviamo che questi lati del nostro stile siano usciti in maniera molto chiara, senza abbandonare definitivamente le atmosfere post dell’esordio e definendo un ambiente espressivo nostro e più personale. Inoltre abbiamo avuto la possibilità di costruire il disco in maniera dialettica confrontando la nostra ottica con quella di Lorenzo (dei Milaus, che l’ha appunto registrato e mixato al Bips Studio, ndr), trovando nuove forme per esprimere il suono della band; questo ha sicuramente giovato non solo alla qualità sonora, ma anche alla personalità dei brani
THREE: quali sono gli ascolti fondamentali per tutti voi?
MILAUS: Per ogni momento della nostra vita ci sono stati dei dischi molto importanti, ma abbiamo tutti delle basi musicali diverse, non completamente paragonabili. Ci sono però dei dischi o dei gruppi che hanno ispirato il nostro progetto e comunque sono stati un punto di riferimento, non solo musicale: dEUS, Fugazi, Beatles, Nirvana, Mogwai, Sesso Orale, One Dimensional Man, Lucio Battisti, Blonde Redhead.
THREE: Milaus, 5 teste differenti (...per forza). Da dove provenite?
MILAUS: Veniamo da Morbagno. Proveniamo da un posto dove ci capita spesso di incontrare tassi, donnole e volpi: il contatto con la natura è molto forte e per noi fondamentale.
MILAUS: Quanto ha influito la pianura sulla vostra musica?
THREE: Magari non è un fattore così marcato, ma troviamo che assieme al background musicale ed alle nostre storie e vicende personali, l’orizzonte piatto che ci circonda abbia influito in parte sul frutto del nostro lavoro; in particolare nella prima parte della nostra attività quando il processo creativo era fortemente guidato dall’emotività e dalle suggestioni.
In ogni caso, anche se questo secondo album contiene brani più brevi ed incisivi il concetto di rottura dell’ampiezza e della ripetizione fa ancora parte delle nostre caratteristiche stilistiche
THREE: Durante la vostra carriera avete avuto la possibilità di collaborare con etichette diverse come Ouzel, Cane Andaluso, e Zabel (Olanda) e ora Black Candy. Cosa trovate ci sia di positivo e negativo nelle etichette indie italiane?
MILAUS: In Italia ci sono molte etichette che hanno passione e voglia di fare, ma è molto difficile lavorare in un ambiente ancora molto provinciale. Forse solo adesso alcune etichette si stanno realmente rendendo conto del valore delle proprie proposte iniziando ad organizzarsi e a proporsi anche fuori dal nostro Paese senza paura.
MILAUS: esiste un suono indie italiano?
THREE: …esiste? Ognuno può vedere la cosa in modi differenti. Certo è che bisogna tener presente come il termine “indie” venga molte volte abusato, ora come sinonimo di “emergente”, ora caricato di valori di protesta contro questo e quello, ora per creare zibaldoni musicali dove più che promuovere un certo tipo di musica o di artisti ci si perde in autocompiacenti premiazioni e chiacchiere per lo più inconcludenti. Per noi “indie” (se un vero significato ce l’ha…) significa portare avanti il proprio discorso musicale ed artistico in maniera libera, cosciente, coerente e senza altri fini se non quello di raggiungere con la nostra musica più gente possibile.
Detto questo, ci sembra che il fattore “suono indie” sia più che altro un fattore tecnico che fonda le radici sicuramente fuori dai nostri confini nazionali, venendo per lo più importato dai paesi anglofoni e modificato poi. Negli Stati Uniti ci sono elementi più collegati al territorio di origine: ad esempio il sound di Chicago è diverso da quello di New York che è diverso da quello di S.Francisco e così via… Questo è derivato dal clima di grande collaborazione che spesso si viene a creare all’ombra delle grandi metropoli americane tra bands, etichette, studi di registrazione… Non che in Italia manchi una reale collaborazione tra bands (anzi), la differenza sta nel fatto che in una scena nazionale di dimensioni abbastanza ridotte ci sono poche bands e non molte possibilità di contatto artistico (a parte gli spettacoli live ed i festival).
Questo vale ora e pensiamo valesse anche negli anni ’90 per bands che oggi sono considerate capostipite di un sound che forse non è mai esistito realmente. D’altro canto non si può pensare di costruire qualcosa di così complesso come un “suono” (che è un po’ come un manifesto) in una scena che è in pratica autoreferenziale (nel senso che si propone per lo più a se stessa) ed ha ancora notevoli difficoltà ad uscire dai confini ed attirare un po’ di interesse anche dai paesi stranieri.
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Francesca Ognibene per "Fuori dal Mucchio"
1) Voi siete tra qui gruppi che hanno la fortuna di suonare tanto dal vivo. Cosa non proprio facile per qualsiasi gruppo italiano per quanto bravo. Come avete fatto?
Non saprei, non c’è un metodo… almeno credo non ci sia. Cerchiamo di lavorare come una squadra, dividendoci i compiti tutto diventa più facile, e gli aiuti che arrivano da un booking e da un’etichetta possono venire sfruttati al meglio; per il resto penso che ci abbia trainato il nostro desiderio forsennato di suonare. Clubs dove suonare ce n’è, anche se sono in evidente calo da un po’ di tempo; credo (e mi auguro sinceramente) che si continueranno a vedere ottime bands italiane – e sai anche tu quanto valide e quante ce ne siano – calcare i palchi anche in futuro. Ovviamente non possiamo confrontarci con situazioni che avvengono all’estero, se non per sentito dire da chi, fuori Italia, ha già suonato: probabilmente fuori dai confini nazionali tutto è più semplice; speriamo di poterlo testare in prima persona il più presto possibile.
2) Nel 2003, quando uscì il vostro esordio vi circondavano con il loro supporto e la loro passione Massimo Mosca dei Three Second Kiss e Tizio dell'etichetta Fooltribe. Chi sono adesso per voi le persone chiave?
... farei una precisazione: Massimo ha semplicemente operato un master per l’edizione di Fooltribe, abbiamo grande stima dei Three Second Kiss (una band che ha cambiato il modo di vedere la musica a tutti e tre, molto prima che Three In One Gentleman Suit nascessero) ti assicuro che è stata una grande soddisfazione poter sedere al suo fianco e vederlo lavorare per “scaldare” i suoni del nostro disco pesantemente lo-fi; con Massimo è stata una bella esperienza professionale ed è stata limitata al master. Tizio e Matteo (Fooltribe) ci hanno accompagnato ed aiutato lungo tutto il corso di “Battlefields…” ; un’altro è stato Simone Mambrini (bassista di Ornaments) che ci ha aiutati a migliorare tanto il nostro sound dal vivo. Oggi siamo felici di avvalerci dell’aiuto di Davide Cristiani che (già dal primo disco) ci aiuta nei pre-recording e nei suoni, di Lorenzo Monti (Milaus) che ha fatto un lavoro con i fiocchi al Bips Studio dove abbiamo prodotto interamente "some new strategies", e poi Leo e Giuse (Black Candy rec.), Gianluca di DeStijl concerti ed altri come Stefano Bortoli (al mixer) e Carlo Alberto Grandi (trombone) che quando possono ci accompagnano nei concerti. …ci pare un bello staff… tu che dici?
3) La vostra musica com' è "maturata"? Cambiamenti? Dubbi spariti?
La nostra musica è in movimento. Ci siamo mossi dalle dilatazioni e dalle aperture di “Battlefields…” con questo disco che contiene tanti semi diversi che potrebbero maturare in futuro. Pensiamo che sia pieno di spunti che convivono tutti: dalla forma canzone al nervosismo ruvido di alcuni pezzi, da brani assai strutturati molto affini a quelli di “Battlefields…” fino ad episodi semplici e scarni. Dubbi… non credo ne abbiamo mai avuti, a parte quelli che normalmente vengono mentre si costruiscono le canzoni. Noi tendiamo a semplificare molto le cose: onestamente pensiamo a suonare suonare suonare …che dubbi potrebbero assalirci?
4) Arrivare a finire questo disco quali ostacoli vi ha portato?
…ostacoli proprio non direi… tutto è stato molto lineare: siamo entrati alla Bombanella Studio (da Davide Cristiani a Marano - Mo) con 5 pezzi e abbiamo ottenuto un pre-recording da 7 pezzi… siamo andati al Bips Studio (da Lorenzo Monti a Milano) con 7 pezzi ed abbiamo registrato un disco che ne contiene 11… quando si dice il clima favorevole… Certo Milano non è la Bombanella, dove puoi godere il panorama stupendo dell’Appennino modenese, però questo ci ha aiutati a concentrarci in maniera intensiva sul disco.
5) Adesso mi sembrate un po' più morbidi rispetto al passato...
…tu dici? Per noi e’ sempre difficile essere oggettivi su queste cose, però ci sembra di avere abbandonato buona parte degli appoggi, delle cadenze e delle dilatazioni di un tempo in favore di un approccio più nervoso; poi, visto che “Some New Strategies” è un disco molto vario, sicuramente contiene episodi decisamente morbidi e rarefatti. I nostri live sets comunque hanno ancora toni decisamente sostenuti.
6) Come definireste i vostri testi?
La voce per noi è uno strumento al pari degli altri, con un ruolo solista, quindi utilizzata in maniera funzionale, dove necessario, per questo i testi sono solitamente brevi. Questa necessità di sintesi li rende strettamente dipendenti dall’andamento musicale e finiscono per essere una sorta di “didascalia del suono”.
7) C' è uno strumento in più che vorreste aggiungere alla vostra musica?
Beh… in “Some New Strategies” ci sono e sono ben evidenti. Il lavoro con Carlo Alberto ha seguito tutto il periodo di creazione dei brani. L’uso che facciamo del trombone è estremamente mirato e non abbiamo voluto eccedere, ci sembrava però una buona idea aggiungere un fiato così particolare nel calderone dei nostri brani; ha la doppia valenza dello strumento d’appoggio e di quello solista, troviamo che la sua presenza arricchisca davvero le nostre canzoni. L’uso del pianoforte è stato assai meno studiato ed è avvenuto in studio, certo per necessità dei brani, ma anche un po’ per gioco… il risultato comunque è molto interessante. Se capitasse di aggiungere ulteriori strumenti continueremmo con i fiati, li troviamo affascinanti per timbrica ed hanno il pregio di potersi muovere liberamente al di là del blocco chitarra-basso-batteria.
8) Con quale gruppo vi piacerebbe condividere il palco?
Abbiamo condiviso palchi con una miriade di bands e se ti dovessimo elencare quelle con cui ci siamo divertiti di più dovremmo compilare un papiro… mi vengono in mente i live fulminanti di bands come Rosolina Mar, the Death of Anna Karina, RedWorms’Farm, Valina, Settlefish, G.I.Joe… o altri che mettono nei concerti uno spirito diverso ma affascinante allo stesso modo come i Perturbazione, gli En Roco, i Caboto per altri versi o i Deep End per altri ancora… The National, con i quali abbiamo suonato un paio di concerti quest’estate o El Guapo / Supersystem con i quali abbiamo suonato l’anno scorso… ci allieta l’idea che presto condivideremo molti palchi con i Milaus.
9) Qual' è stato il momento più bello vissuto grazie alla musica?
…non te lo saprei dire… sarebbe terribile se ce ne fosse uno: vorrebbe dire che gli altri sono da meno… mi piace vedere la cosa “in divenire”. I momenti belli sono quelli di iper-attività legati ai concerti, o al lavoro in studio. I momenti belli sono quelli in cui siamo investiti dalla “frenesia del fare”. E' bello partire, arrivare, suonare, dormire (poco), ripartire per un'altra città, arrivare, suonare, dormire (poco), ripartire per un'altra città, arrivare, suonare, dormire (poco), ripartire... il problema è che poi si torna a casa.
10) Trarrete video da questo disco?
…chissà… non ci abbiamo ancora pensato bene. Ovviamente ci incuriosisce l’idea di vedere la nostra musica in una dimensione “cinematica”. Si direbbe un lavoro bello e complesso, dovremmo trovare qualcuno che abbia voglia di pensarlo, dirigerlo ed eseguirlo… chi vivrà vedrà.
Grazie.
intervista del 28 marzo 2004 di Krapp per lascena.it
Dopo aver apprezzato "Battlefield In An Autumn Scenario", album dei ThreeIn OneGentlemanSuit, Krapp decide di raggiungerli via mail per approfondire conoscenza e rivolgere alcune domande inerenti al loro progetto musicale...
Direi di cominciare lasciandovi piena libertà di espressione per dirci chi sono i ThreeInOneGentlemanSuit e le motivazioni che vi hanno spinto a suonare insieme.
[GIORGIO] TiOGS non sono altro che Federico Alberghini, Giorgio Borgatti, Paolo Polacchini, nulla di più e nulla di meno. cominciare a suonare insieme è stata in parte una esigenza, in parte un caso: venivamo da 3 esperienze musicali diverse. Avevamo bisogno di trovarci in una stanza, guardarci in faccia e suonare.
Veniamo al recente passato. A febbraio vi siete trovati in un intensissimo tour senza alcun preavviso, in cui avete girato praticamente tutto il sud italia, in posti in cui credo non avevate mai suonato prima. Com'è stata quest'esperienza? Ci narrereste il momento più bello e quello più demoralizzante?
[GIORGIO] Ricevere la telefonata a mezzanotte di sabato, impiegare la domenica per arraffare i bagagli e gli strumenti alla bene e meglio per trovarsi in viaggio lunedì mattina - inutile dirlo - è stato proprio fantastico. Eravamo già stati in Sicilia l'estate scorsa per partecipare all' "Ypsigrock Festiva"l a Castelbuono (PA) dove abbiamo aperto per El Guapo, e poi anche nei dintorni di Catania. Questa volta è stato però molto diverso, molto più intenso e questo ha giovato non poco alla coesione della band e del suono. Il bello di tutto questo è nel partire, nel suonare tutte le sere, nel conoscere tanta gente. la parte bella quindi è durata per tutto il "tour". Il brutto è tornare, ognuno a casa sua consapevole che il giorno successivo non ci sarebbero stati quegli usuali 300/400 km di furgone che ti portano proprio lì dove devi suonare la sera. questo sì. questo è proprio terribile. [PAOLO]Questo mini-tour ci ha dato la possibilità di testare la nostra tenuta in situazioni del genere, con concerti in breve sequenza, massacranti ore di furgone. e mi fa piacere dire che è andato tutto nel migliore dei modi... Poi abbiamo avuto anche l'enorme soddisfazione di vedere molta gente che si ricordava in maniera positiva dei nostri (pochi) concerti in Sicilia l'anno scorso. Per noi è una grande soddisfazione.
La storia del vostro album d'esordio è davvero interessante, nato come autoproduzione è stato in seguito rieditato da un'intrapredente etichetta modenese. Quanto c'è di diverso tra le due versioni?
[GIORGIO] La versione Fooltribe si avvale del master di Massimo Mosca (Three Second Kiss) che ha migliorato il sound della precedente versione, donando più calore all'impatto sonoro generale e lasciando trasparire le trame di basso.
A proposito del disco, colpisce la coesione della band, la qualità compositiva e l'omogeneità del sound. Sembrate una band che suona insieme da anni, quando in realtà "Battlefield." è nato nei primi cinque mesi di vita dei TIOGS. Avevate già avuto esperienze comuni, oppure è frutto di una qualche strana "magia" ? :-)
[GIORGIO] Sì in effetti Federico è in realtà un noto veggente e medium. Infatti è stato lui che ha contattato me e Paolo per mettere su la band. Scherzi a parte, alla base della nostra attività c'è solo la voglia di esprimersi e il desiderio di farlo nel migliore dei modi possibili, calibrando le nostre capacità e mescolando le nostre attitudini.
In precedenza mi hai scritto che è Paolo ad occuparsi dei testi, ma l'argomento del disco, quasi un concept senza storia, è frutto del comune accordo della band, e degli argomenti di cui parlavate in quel periodo?
[PAOLO] Il filo conduttore dei testi non è, per quanto può sembrare, legato ad episodi di attualità o ad avvenimenti della recente storia. Era un "tema-base" che avevo già in mente di trattare da un po'. il tema "Battlefields" è ovviamente un ensemble di metafore che utilizzo per parlare di eventi assai più intimi, è stato congeniale per dare una sola chiave di lettura per tutti i pezzi, una sorta di "poetica" fortemente voluta. .Sono un grande fan di Ani Difranco e proprio lei in una sua recente poesia/discussione politica afferma che le persone sono al 90% metafore [...]
Nel concerto barese avete suonato alcune canzoni composte dopo "Battlefield.", a questo punto mi sorge la curiosità di sapere quando potremo mettere le mani sul vostro secondo disco. Sarà ancora un "mini", oppure proverete a raggiungere lunghezze più ragguardevoli? E soprattutto, tra i nuovi brani e i vecchi ci sono differenze nelle influenze e nelle motivazioni? Insomma, ad un anno esatto dalla registrazione di "Battlefield". Quanto è cambiato da allora?
[GIORGIO & PAOLO]Quando il prossimo disco, speriamo di entrare in studio entro la fine del 2004, magari in autunno. Sarebbe bellissimo riuscire ad avere un nuovo disco quest'anno. Allo stesso modo siamo però cauti perché vogliamo essere sicuri dei pezzi da inserire e di come verranno suonati, sarebbe stupido correre con il solo obiettivo della iper-produttività. La dimensione del disco. tu hai definito "battlefields in an autumn scenario" come un mini. beh certo non si potrà definire a tutti gli effetti un album, ma nemmeno un EP: 6 pezzi non sono molti, hanno però un legame tra loro che non li rende parte di
qualcosa di più di un EP, si parla comunque di 35 minuti di musica che ci sembra una lunghezza più che adeguata (Thom Yorke ne ha fatto una filosofia). Probabilmente nel prossimo ci saranno più pezzi, probabilmente si potrà definire in senso assoluto come album, la lunghezza complessiva in senso quantitativo non credo sarà molto superiore ai 40 minuti; ci pare un'ottima dimensione-tempo per un disco di musica indie. I nuovi brani hanno, come è ovvio ritenere, punti in comune e differenze rispetto a "Battlefields In An Autumn Scenario": sono più brevi, a nostro avviso più diretti e con un sound tendenzialmente più tagliente; continuano a nascere come i precedenti da improvvisazioni e da idee lavorate a più riprese assieme. Di diverso da allora c'è il fatto che ognuno di noi ha capito meglio qual è la sua impronta e la sua ottica.Quindi i nuovi pezzi godono anche della tensione che nasce dal tentativo di ciascuno di noi di portare il pezzo verso una direzione piuttosto che un'altra.
Tra le nuove song, ce n'è una alla quale siete molto legati, e che pensate sia davvero ottima?
[PAOLO] Le canzoni nuove sono comunque tutte importanti perché sono una irrinunciabile "workinprogress" che porterà a stabilire che cosa sarà il prossimo disco. Nello specifico "Get Off My Plane" è il primo pezzo nato dopo "Battlefields In An Atumn Scenario", rappresenta un po' il ponte tra quello che è stato e quello che sarà. per questo ci sentiamo molto legati a questa canzone.
La scena indie italica è sempre molto attiva, ce n'è una alla quale vi sentite più vicini?
[PAOLO] Vicini. a nessuna in particolare; siamo una band italiana e la scena indie italiana è quella che conosciamo meglio. Poi fa piacere vedere che le bands di valore sono in grado di "uscire" dal belpaese e diventare a tutti gli effetti internazionali, che nell'ottica indie è sempre una cosa auspicabile. Ti sto parlando di Zu, Three Second Kiss, Giardini di Mirò, Yuppie Flu; ma anche di bands con produzioni più piccole come Red Worms' Farm o Milaus. Abbiamo avuto e abbiamo tutt'ora la possibilità di assistere a un gran numero di concerti (grazie all'instancabile attività di Fooltribe), quindi di venire in contatto con tantissime delle realtà indie a livello mondiale e di imparare molto; ti dirò che più che a una scena ci sentiamo vicini alle bands che hanno come priorità l'atto di suonare tanto davanti a quanta più gente possibile. Non c'è Louisville, Chicago, New York o Washington che tengano, le vere Bands (la B non è casuale) sono quelle che danno tutto dal vivo, secondo noi è questa la chiave per poter suonare tanto e bene.
Intervista via mail di Manfredi Lamartina per IDbox.it
Sono tre, e suonano come i Karate dei tempi migliori. Gran classe nelle musiche e testi che scavano in profondità. Il disco d’esordio, “Battlefields In An Autumn Scenario”, rappresenta la speranza di rinnovamento di un genere, il post-rock, dal fiato sempre più corto. Paolo Polacchini, voce e basso, nelle sue risposte traccia una linea rossa che unisce fiabe natalizie, buoni amici e tour improvvisi (ma non improvvisati). E soprattutto, traspare l’umiltà di chi ha molto da imparare, ma che già è pronto per il salto di qualità.
Da una domanda banale mi aspetto una risposta geniale: da dove diavolo avete preso il vostro nome?
Nasce dalla nostra conformazione, dalle nostre caratteristiche e dai nostri obiettivi come band. Il nostro desiderio era di creare un sound che potesse vivere delle contaminazioni di jazz e blues che sono parte integrante dei nostri ascolti preferiti, di qui è nata l’idea di un “velo di raffinatezza” (sto abusando del termine) su una superficie fondamentalmente legata all’indie-rock più viscerale, che è l’altra faccia della nostra “medaglia”. Quindi i tre siamo ovviamente noi, l’abito da “gentleman” invece è uno solo… Insomma è un po’ come dire che il vestito elegante ce lo siamo comperati, ma in realtà non ci stiamo dentro perché siamo fatti anche di “grezzo rock’n’roll” (continuo ad abusare dei termini), e alla fine ne siamo palesemente felici.
È inevitabile paragonarvi ai Karate: è un problema per voi essere accostati ad altri gruppi?
I Karate sono una delle poche band che hanno azzardato la commistione di venature jazz e blues nell’ indie-rock, per questo motivo sono uno degli ascolti comuni a tutti e tre (noi). Non abbiamo lo stesso background musical-culturale, i Karate sono forse l’intersezione tra i nostri vari campi d’ascolto. Farina e soci hanno una grande storia e innumerevoli meriti… Mi auguro di fare parte di una buona band che produce buona musica con sincerità e impegno… Non mi sembra poco, se poi chi ascolta apprezza il risultato, è tanto di guadagnato. Essere associati ad altre band non è un gran problema per noi… Ritengo che ci siano molti gruppi che hanno obiettivi comuni o un sound vicino al nostro… Non credo in chi insegue il concetto di “innovativo” (in senso stretto) a tutti i costi, questa era una situazione credibile fino agli anni Settanta / primi Ottanta. Oggi come oggi mi sembra più importante sondare le possibilità di commistione tra attitudini differenti, per fare questo occorre però una buona cultura e tanti ascolti, che ti condizionano e a volte ti fanno cambiare l’approccio allo strumento. E’ ovvio che background simili possono portare ad avere simili linguaggi, d’altra parte succede in tutte le arti.
Suonate assieme da un anno circa, eppure vi state facendo conoscere in giro per l’Italia. Come stanno andando i concerti?
Il 7 febbraio 2003 eravamo sul palco per il nostro primo live come spalla ai Fourire (che sono anche buoni amici), il 22 febbraio 2004 abbiamo suonato il 43° concerto in un anno… Se qualcuno ce lo avesse detto un anno fa non gli avremmo creduto… E invece ci siamo fatti dei bei giretti in lungo e in largo per il BelPaese. I concerti stanno andando bene… In particolare il recente mini-tour in Campania-Sicilia-Calabria-Puglia per rimpiazzare le date del tour saltato dei Feverdream sono state molto positive. Una partenza improvvisata, sette giorni, sette concerti, un sacco di chilometri in furgone e nonostante la fatica fisica ci siamo sempre divertiti un mondo, sia sul “palco”, sia negli altri momenti; l’atmosfera che abbiamo trovato ci ha messi nella condizione giusta per poter suonare bene. Il pubblico è stato quasi sempre numeroso; ti sembrerà un po’ presuntuoso, ma pare proprio che la gente si sia divertita… E questo ci dà una grande soddisfazione. A fine marzo abbiamo altri due concerti, speriamo di continuare il trend positivo.
Dal vivo spingete di più verso l’atmosfera malinconica o verso l’impatto sonico?
Dal vivo siamo in genere più grintosi, le aperture ci piacciono e ci piace enfatizzarle al punto giusto. Diciamo che l’atmosfera malinconica del disco rimane palpabile; i momenti di maggiore tensione prendono molto più vigore quando siamo sul palco… O almeno, questo è quello che tentiamo di fare…
Il vostro ep si può definire un “concept album”? Sbaglio quando dico che i testi sono legati fra di loro da un filo conduttore?
“Concept ep” è un bel termine per definire “Battlefields In An Autumn Scenario”… Anche se “concept” mi sembra un po’ troppo carico di significati… Riguardo ai testi non sbagli, il tema dei “Battlefields” pervade tutti i testi, unisce tutte le canzoni, ma non in maniera così stretta da poterle definire parte di un concept: direi che è più un linguaggio metaforico comune. Sottolineo metaforico perché sarebbe facile riconoscere al suo interno dei contenuti legati alla misera situazione internazionale, cosa che invece non è; non ho mai pensato di dare alle canzoni valenze politiche, tanto meno sociali, se non per quello che riguarda la sfera intima e personale di ognuno di noi. E’ un filone che molto probabilmente si esaurirà nel prossimo album.
Che riscontri sta ottenendo presso la critica specializzata?
Per il momento mi sembra positiva… Blow Up (#68) ci ha fatto una bella recensione, con tanto di foto del cd, appioppandoci un bel sette che è voto più che lusinghiero. Anche le e-zine, IDBOXi n testa (bel ruffianone eh!?), ci stanno regalando spazi e buone parole… Che dire… È un’altra soddisfazione che ci prendiamo, e ringraziamo. Abbiamo anche ricevuto critiche, a volte siamo stati ignorati (d’altro canto è più che normale… non siamo mica i Rolling Stones), la maggior parte dei casi perché la nostra vicinanza ai Karate è sembrata insormontabile. Positive o negative le critiche ci hanno aiutato a capire meglio la materia della nostra musica… non suoniamo per raccogliere buone recensioni… Ma a volte un punto di vista esterno e sicuramente imparziale è illuminante per vedere quello che tu dall’interno non puoi mettere a fuoco.
Parlami dell’ultimo brano, “Wonka’s Experience”. I dialoghi che si sentono in sottofondo da quale film li avete presi?
“Wonka’s Exp.” è la canzone che si potrebbe definire outsider del disco. Totalmente strumentale, dilatata, è un po’ l’esempio di come le canzoni abbiano un tempo e un luogo preciso e definito. La base di “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” è stata strappata alla TV da Giorgio proprio durante le feste natalizie (il film con G.Wylder è un cult della fiaba televisiva di Natale, viene trasmesso tutti gli anni durante le feste…). Questi dialoghi apparentemente dissennati sono poi andati ad arricchire il pezzo al quale stavamo lavorando proprio in quei giorni. E’ stata una sorta di regressione all’infanzia. È il pezzo più propriamente “post-rock” del disco e paradossalmente anche il più leggero e frivolo, nato un po’ per gioco e un po’ per nostalgia. Anche il titolo è un gioco: “Wonka’s Experience” richiama “Zonca Experience” che è stato il primo nome (ispirato al loro bassista Zonca) di quelli che oggi sono noti a tutti con il nome di Milaus (buoni amici pure loro)
Come siete entrati in contatto con Fooltribe?
Se diciamo che sono “buoni amici” (…per la terza volta) qualcuno penserà che noi si va avanti a suon di amicizie e basta (che non è vero)… Però è così… Fooltribe è l’”agenzia” che da anni organizza Musica Nelle Valli e la maggior parte di concerti indie nell’area Bologna-Modena-Ferrara, e avevamo già avuto l’occasione di collaborare con loro prima ancora di creare i TiOGS. In ogni caso abbiamo la certezza che, se Matteo, Tiziano e il resto della “Fooltribe people” hanno deciso di darci una mano ri-stampando il disco e organizzandoci concerti, è perché credono in quello che facciamo. Noi non abbiamo chiesto nulla e loro si sono proposti, avrebbero potuto investire in altre band… Anche questa è una soddisfazione non da poco, specialmente quando si pensa che il grande fermento musicale della “bassa emiliana” lo si deve in gran parte al loro lavoro durante gli ultimi dieci anni.
A quando il prossimo lavoro in studio?
Speriamo presto. Abbiamo già alcuni pezzi nuovi, un paio li eseguiamo già dal vivo, altri hanno ancora bisogno di raggiungere un grado di definizione adeguato, ci sono molte idee ancora da impugnare… Non abbiamo fretta. Ora per noi è importante suonare il più possibile. Ci piacerebbe avere un nuovo disco entro la fine dell’anno, ma se questo significa correre e non essere certi dei pezzi e della loro resa possiamo aspettare alcuni mesi in più.
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